Nei boschi croati tra lupi, orsi e misteri: dieci giorni a Plitvice
Un viaggio improvvisato diventa la cronaca di una storia reale nei boschi croati tra lupi, orsi e misteri che nessuna serie TV avrebbe saputo sceneggiare meglio.
Un’avventura surreale nel cuore del Parco nazionale di Plitvice. Dieci giorni con lo zaino in spalla nei boschi croati, tra notti gelide, incontri mancati con lupi ed orsi e tracce umane che raccontano una storia più oscura.
L’idea nata per gioco durante una serata fra amici in poche settimane si è trasformata in realtà. Una partenza per la Croazia senza programmi: una mappa costellata di coordinate e l’essenziale nello zaino. Attrezzatura termica, sacchi a pelo e le immancabili amache erano le uniche certezze per affrontare le freddi notti nel bosco.
Dopo un volo da Catania a Trieste e una serie di spostamenti tra autobus e autostop, siamo giunti a mezzanotte alle porte della riserva di Plitvice. Il fitto della foresta ci si è parato davanti come un muro oscuro e subito ci siamo incamminati avvolti dal silenzio e dall’odore pungente del muschio.
Alla luce delle torce cercavamo un riparo naturale che potesse ripararci dal vento e nascondere i nostri bagliori. La quiete regnava sovrana e ci infondeva un forte senso di conforto e sicurezza. Eravamo soli e lontani decine di chilometri dal centro abitato più vicino, nulla poteva andare meglio. La nostra serenità contemplativa venne inaspettatamente spezzata. Scorgemmo qualcosa: zaini abbandonati. Poco oltre trovammo veri e propri accampamenti lasciati nel caos. Scarpe, indumenti e cibo sparpagliati a terra come se qualcuno fosse fuggito in tutta fretta. Ed ecco che la paura e il disagio si sostituirono allo stupore per quel luogo incantato.
Mille pensieri nelle nostre menti
Mille pensieri nelle nostre menti e attimi di panico precedettero la calma data dalla ragione. Dopo un respiro profondo, scacciata la tensione, ci rendemmo conto che c’era una sola plausibile spiegazione a ciò che avevamo visto. Infatti alcune banconote nepalesi rinvenute sul posto ci suggerirono che, verosimilmente, quei boschi potevano essere usati come base da ladri intenti a svaligiare le auto dei turisti presenti al parcheggio della riserva.
Anche se quest’ultima dista diversi chilometri dal punto in cui ci trovavamo, ci lasciammo tranquillizzare da questa spiegazione. Fu così che con il sonno più leggero della nostra vita cercammo riparo nelle nostre amache, affidandoci al silenzio che tradisce qualsiasi passo o fascio di luce.
All’alba, tre gradi appena hanno reso il risveglio gelido ma liberatorio.
Ci buttammo giù dai nostri rifugi di fortuna e ci mettemmo subito in cammino con gli zaini in spalla nel tentativo di sciogliere i muscoli intorpiditi e di trovare un punto dove i fitti rami degli alberi lasciassero trapelare qualche raggio di sole. Data la carenza di percorsi segnati, decidemmo di farci guidare dal nostro istinto. Attraversammo una foresta di faggi immensi e pini che alla sola vista trasmettevano un profondo senso di rispetto per quel luogo sconfinato e surreale. Camminammo per circa mezz’ora finché ci si presentò una depressione naturale del terreno perfetta per riposarci e fare uno spuntino. Una volta lasciati gli zaini, andammo a fare due passi per esplorare e capire in che direzione procedere.
Un’immensa cavità nella roccia
Fu allora che vedemmo un’immensa cavità nella roccia. L’incavo era poco visibile grazie al folto muschio che cresceva sulle rocce circostanti. Avvicinandoci, capimmo subito che si trattava dell’ingresso di una grotta ed il primo pensiero fu quello di prendere le torce ed esplorarla. Ma prima di fare mosse avventate decidemmo di consultare le nostre mappe per vedere se la grotta fosse segnata. E solo dopo esserci accertati della sua presenza sulle carte, ci addentrammo nella fitta oscurità.
La caverna si rivelò molto più profonda del previsto. Muri e soffitto si andavano via via restringendo finché non fummo costretti a camminare carponi. I ragni e gli insetti, inquilini di quel luogo, cambiavano di posto man mano che ci addentravamo nelle sue profondità. Ad un certo punto giungemmo a una curva che limitava la vista e ci costringeva a una scomoda manovra da sdraiati. Il timore più grande era che quella potesse essere la dimora di un orso, ma gli spazi angusti scacciarono via questo pensiero e mi tranquillizzarono, finché non intravidi qualcosa nell’oscurità.
La scoperta sconcertante
Contro ogni aspettativa trovammo dei sacchi a pelo apparentemente pieni e chiusi con delle fascette. La cosa fu inquietante e decidemmo di verificarne il contenuto. Tagliate le fascette ciò che siamo riusciti a distinguere furono vestiti pesanti, coperte e vecchi pupazzi di pezza. Quel luogo era chiaramente abitato, o quantomeno tappa di ristoro per qualcuno. In fretta e furia uscimmo da lì cercando di metabolizzare ciò che avevamo visto.

La spiegazione razionale che elaborammo fu la seguente: trovandoci al confine con la Bosnia, quelli potevano essere dei lasciti delle persone che intraprendono questo cammino nel tentativo di arrivare in Croazia. Partono di notte, quando il bosco copre tutto. Tra loro ci sono donne con neonati avvolti in coperte umide, bambini che hanno imparato a non piangere. La rotta dalla Bosnia alla Croazia attraversa le montagne, i fiumi e può durare giorni. Non esistono strade, solo sentieri da imparare a memoria. Il freddo è il primo nemico, prima ancora dei respingimenti. Eppure si cammina, perché fermarsi non è un’opzione che queste famiglie si possono permettere.
Le nostre rimangono solo ipotesi, anche perché una volta giunti al paese più vicino nessuno riuscì a darci qualche spiegazione migliore di questa. Quello dei boschi croati tra lupi, orsi e zaini abbandonati ad oggi per noi rimane un mistero aperto che ancora ha bisogno di essere svelato. Riprendemmo il cammino verso Plitvice con un peso diverso. Non nello zaino, bensì, nella coscienza. Quei boschi custodiscono storie che le mappe non possono tracciare. Ogni ramo spezzato, ogni sentiero improvvisato potrebbe raccontare la disperazione o la speranza di chi cerca un futuro migliore. E mentre le cascate del parco scrosciavano indifferenti alla nostra scoperta, una grosso punto interrogativo si marchiava a fuoco nella mia testa.
