“Mori, l’incantamento di Sicilia” – A Marzamemi la leggenda delle Teste di Moro ha conquistato il pubblico all’ex Palmento Di Rudinì

“Mori, l’incantamento di Sicilia”: a Marzamemi il teatro si fa rito, memoria e paesaggio
La produzione immersiva di Fiat Lux 2.0, scritta e diretta da Gisella Calì, ha chiuso il 4 settembre tredici repliche tutte sold out all’ex Palmento Di Rudinì. Una rilettura della leggenda delle Teste di Moro nella Sicilia del 1916, tra memoria, vino, musica e partecipazione.
MARZAMEMI (Pachino, SR) – Ci sono spettacoli che si osservano dalla distanza rassicurante della platea e altri nei quali si finisce per entrare quasi senza accorgersene. “Mori, l’incantamento di Sicilia”, la produzione immersiva di Fiat Lux 2.0 scritta e diretta da Gisella Calì, appartiene alla seconda categoria. Debuttato il 17 luglio 2026 nell’ex Palmento Di Rudinì di Marzamemi, lo spettacolo ha attraversato tredici date fino al 4 settembre, tutte esaurite, trasformando uno dei luoghi più suggestivi del Sud Est siciliano in una soglia teatrale tra memoria, leggenda e paesaggio.
Le musiche e le liriche sono di Daniele Caruso; scene e costumi portano la firma di Vincenzo La Mendola, con Giuseppe Adorno e Sara Lazzaro Danzuso come assistenti. A dare corpo alla messinscena sono stati oltre 45 artisti professionisti tra attori, cantanti, danzatori, musicisti e performer. Ma la dimensione numerica, pur rilevante, non spiega da sola il risultato: la vera forza del lavoro sta nella costruzione di una comunità temporanea in cui lo spettatore non resta esterno all’azione.
Il luogo, infatti, non svolge una funzione puramente scenografica. Le mura dell’antico edificio, legato alla vitivinicoltura siciliana dell’Ottocento e oggi testimonianza di archeologia industriale, conservano le tracce di una civiltà contadina che lo spettacolo richiama continuamente. Qui la storia non viene semplicemente rappresentata: sembra riaffiorare dagli spazi, dagli odori, dai suoni e dal lavoro sedimentato nella pietra.

Le Teste di Moro: una leggenda che cambia tempo
“Mori, l’incantamento di Sicilia” prende le mosse da una delle leggende più note dell’immaginario isolano: quella delle Teste di Moro. Tramandata in versioni differenti, viene tradizionalmente collocata durante la dominazione araba della Sicilia e racconta, nella sua forma più popolare, di una giovane siciliana sedotta da un moro che le nasconde una precedente famiglia. Scoperto l’inganno, la donna lo uccide, ne recide la testa e la trasforma in un vaso nel quale coltiva il basilico.
Nello spettacolo il racconto originario viene affidato anche agli attori-cantastorie, capaci di far convivere ironia e dramma. È una scelta significativa: la leggenda non viene trattata come reperto immobile, ma come materia narrativa che muta attraversando le epoche. Restano intatti alcuni nuclei profondi – desiderio, inganno, gelosia, violenza, perdita – che Gisella Calì raccoglie e trasferisce in un’altra Sicilia, quella del 1916.
Dalla leggenda alla Sicilia del 1916
La regista non porta dunque in scena una semplice trasposizione della vicenda tradizionale. Ne conserva l’ombra e la forza simbolica, ma sposta il racconto nel pieno della Grande Guerra, mentre il conflitto sottrae uomini e speranze, anche a una terra geograficamente lontana dal fronte.
Ad accogliere il pubblico è una brigata festosa di braccianti e operaie, tra canti, musiche e danze popolari. Nel palmento si attende l’arrivo del marchesino Carlo che, dopo la morte del marchese Adernò – pace all’anima sua – ha ereditato il feudo e una grande proprietà vinicola. È però, un erede riluttante, distante dalle responsabilità che la terra e il lavoro di quanti dipendono da essa gli consegnano.
Al suo fianco c’è la moglie irlandese. Straniera in una Sicilia che la conquista con la luce, i colori e una sensualità quasi primordiale, la donna incontra durante la vendemmia Pippino ’u Baruni, misterioso contadino moro dagli occhi verdi, e ne rimane sedotta. La leggenda torna così a respirare dentro un’altra storia: il desiderio si confonde con il rischio, l’amore con l’attrazione, mentre il tradimento porta con sé il presagio di una violenza che lo spettatore conosce già, perché appartiene alla memoria collettiva del mito.
Nobiltà in declino, comunità contadina e il coraggio di restare
Fra musica, danza e atmosfere rurali, la messinscena oppone due mondi. Da una parte una nobiltà in declino, incapace di riconoscere fino in fondo il valore di ciò che ha ereditato; dall’altra una comunità contadina che nel lavoro, nei canti e nei riti trova ancora le ragioni della propria resistenza.
La parola che attraversa questa parte dello spettacolo è “coraggio”, ricondotta al cuore non come semplice etimologia ornamentale, ma come disposizione ad assumersi un peso. Avere cuore significa, qui, affrontare la difficoltà di mandare avanti il palmento dopo la morte del marchese, custodire il lavoro comune che dà sostentamento a molte famiglie e impedire che l’indifferenza del nuovo proprietario disperda quanto costruito nel tempo.
Il tono non resta però uniforme. La drammaturgia inserisce momenti di alleggerimento, persino incursioni di comicità anacronistica: il siparietto tra l’avvocato e il contabile, costruito quasi come una televendita anni Ottanta con bacchetta e lavagna, spezza la solennità e introduce un corto circuito temporale. È una scelta che porta il pubblico fuori e dentro la finzione, ricordandogli che quel passato è continuamente filtrato dallo sguardo del presente.
Tra sacro e profano: il presagio che attraversa la scena
Sacro e profano, fede e disincanto, appartenenza e tradimento finiscono per convivere nella stessa materia scenica. Le processioni che coinvolgono attori e spettatori non sono semplici passaggi coreografici: traducono nello spazio il bisogno di una comunità di riconoscersi, stringersi e continuare a camminare.
Tra incensi, cori e preghiere, la religiosità popolare si fa gesto collettivo, ma non cancella la contraddizione. Il tradimento serpeggia come edera rampicante sulle mura: ne mina lentamente la solidità, così come incrina quella delle origini, dei principi e dell’amore. La fede resta sospesa tra devozione e superstizione, e l’aria assume il sapore di un presagio drammatico, quasi inevitabile. Eppure, mentre le scene si dipanano, lo spettatore continua a sperare. In un epilogo diverso. Salvifico.
Nel buio risuona una domanda: «Buio qui in Sicilia? Con la luna e le stelle che addùmanu ’u cielu?». È una battuta, ma contiene anche una dichiarazione poetica. In questa Sicilia il buio non è mai assoluto: resta una luce pronta a riaccendere il cielo e, forse, la volontà degli uomini.
Quando il teatro si ascolta, si respira e si assapora
Come nelle precedenti produzioni di Calì – “Colapesce, la leggenda sull’isola”, andata in scena per cinque anni nella fortezza spagnola dell’isola di Capo Passero a Portopalo, e “Nomen Omen, Io Cassandra”, rappresentato nel 2021 nel chiostro di Santa Maria del Gesù a Modica Alta – anche “Mori, l’incantamento di Sicilia” sceglie una forma immersiva nella quale la distanza tra scena e platea viene progressivamente cancellata.
Gli attori attraversano il pubblico, lo conducono da uno spazio all’altro e lo coinvolgono nei movimenti collettivi della rappresentazione. Lo spettatore non guarda da fuori un mondo ricostruito per lui: viene accolto al suo interno e invitato ad abitarlo. È qui che il dispositivo esperienziale trova la propria ragione, perché la partecipazione non è decorativa ma modifica la percezione stessa del racconto.
Nell’ex Palmento Di Rudinì questa scelta incontra una corrispondenza particolarmente felice. Il profumo della terra e del basilico, il vino offerto in degustazione, la musica dal vivo, le voci e il movimento dei corpi costruiscono un’esperienza che passa attraverso tutti i sensi. Dentro uno spettacolo ambientato durante la vendemmia e messo in scena in un antico palmento, il sorso di vino non è un semplice complemento: racchiude lavoro, attesa, desiderio e trasformazione, e avvicina ulteriormente il pubblico alla materia della narrazione.
Anche il paesaggio partecipa alla messinscena. La brezza della sera, l’aria aperta e il cielo stellato di Marzamemi non costituiscono soltanto una cornice suggestiva: amplificano la dimensione arcaica del racconto e rendono più sottile il confine tra finzione e ciò che sta realmente accadendo intorno agli spettatori.
La musica, costruita tra sonorità ancestrali, canti della tradizione e composizioni originali, completa l’immersione senza limitarsi ad accompagnare l’azione. È richiamo, memoria, impulso fisico; attraversa i corpi e restituisce alla storia il carattere di un rito condiviso.
Il “qui e ora” e la catarsi secondo Gisella Calì
Nel bilancio affidato dalla regista al termine del ciclo di repliche emerge con chiarezza il principio che sostiene questa forma teatrale: suoni, canti, odori, sapori e vicinanza con i performer devono consentire al pubblico di diventare parte integrante della messinscena. Per Calì, la catarsi può avvenire soltanto quando attori e spettatori condividono realmente lo stesso momento, unico e irripetibile.
È la dimensione del “qui e ora” a conferire all’esperienza quella sacralità che il teatro conosce da sempre. Non si tratta quindi soltanto di avvicinare fisicamente gli spettatori agli interpreti, ma di rendere percepibile la precarietà dell’istante teatrale: ciò che accade esiste perché una comunità, per un tempo limitato, lo vive insieme. Ed ogni successiva replica, resta comunque, una rappresentazione “unica”.
In questo senso il teatro esperienziale mostra la sua qualità più interessante: non domanda soltanto di comprendere un racconto, ma di attraversarlo. La leggenda delle Teste di Moro viene sottratta alla fissità dell’oggetto ornamentale e ricondotta alla sua materia più viva: il desiderio, la perdita, il sangue, il profumo del basilico e una memoria che continua a cambiare forma.
Un grande racconto corale
A dare corpo a questo universo sono oltre 45 artisti professionisti tra attori, cantanti, danzatori, musicisti e performer. Il cast comprende Egle Doria, Gaia Passaler, Daniel Sapio, Cosimo Coltraro, Cindy Cardillo, Emanuele Puglia, Stefano Gianino, Giovanni Carta, Valerio Santi, Laura Giordani, Ketty Governali, Laura De Palma, Alessandro Chiaramonte, Carmelo Gerbaro, Alex Caramma, Lorenzo Falletti, Giuliana Giammona, Emanuela Trovato, Sofia Di Dio, Gabriella Caruso, Giorgia Morana, Ettore Iurato, Melania Catalano, Leonardo Scardilla, Gabriele Garofalo e Corrado Nicastro.
La parte musicale è affidata a Marco Genovese, Luigi Luca, Josè Mobilia, Flaminia Castro, Erika Ragazzi e Salvo Mallia, che dirige la banda. La coralità, tuttavia, non è una semplice conseguenza del numero degli interpreti: è il principio sul quale poggia l’intera costruzione teatrale. La storia dei singoli acquista senso dentro quella della comunità e ogni voce contribuisce a restituire il carattere stratificato della Sicilia raccontata in scena.
Il Palmento Di Rudinì come memoria viva
Il risultato più convincente di “Mori, l’incantamento di Sicilia” sta probabilmente nel rapporto tra racconto e luogo. L’ex Palmento Di Rudinì non ospita semplicemente lo spettacolo: gli consegna una memoria reale. La Sicilia non rimane sullo sfondo, evocata attraverso immagini di repertorio, ma diventa materia teatrale: ha un suono, un odore, un sapore e perfino una temperatura.
Il ciclo di tredici repliche, tutte sold out dal 17 luglio al 4 settembre, restituisce anche la misura della risposta del pubblico a un formato che prova a unire spettacolo, identità dei luoghi e fruizione culturale del territorio. Il dato del successo non sostituisce il giudizio critico, ma segnala la capacità del progetto di creare una relazione forte tra esperienza teatrale e spazio che la accoglie.
Sotto il cielo stellato di Marzamemi, la leggenda torna così a essere una storia antica, che continua a parlare di amore, appartenenza e perdita, ricordando che ogni incantamento porta con sé anche la possibilità del risveglio.
Buio qui in Sicilia? Con la luna e le stelle che addumanu u cielo?
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