L’oro di San Berillo interroga la città: cos’è l’identità?


L’oro di San Berillo interroga la città: cos’è l’identità?

Catania – è andato in scena al Piccolo Teatro della Città, dal 13 al 15 febbraio lo spettacolo teatrale: L’oro di San Berillo, atto unico di Domenico Trischitta con la regia di Gisella Calì, facendo registrare affluenza di pubblico e applausi scroscianti, insieme a tante risate.

L’opera si inserisce nel solco del teatro di memoria e di denuncia, proponendo una riflessione stratificata su uno dei luoghi più problematici e simbolici della modernità urbana catanese.

La produzione, firmata da Associazione Città Teatro in collaborazione con Fiat Lux 2.0, si configura come un dispositivo scenico che intreccia narrazione, musica e iconografia popolare per interrogare il rapporto tra città, storia e rimozione collettiva.

Memoria come dispositivo drammaturgico

Trischitta costruisce una drammaturgia che non mira alla ricostruzione filologica, bensì alla riattivazione di un immaginario urbano sedimentato, dove la memoria individuale si sovrappone a quella collettiva.

Il testo si muove tra due poli:

  • la denuncia della speculazione edilizia e delle dinamiche mafiose che hanno determinato la cancellazione del quartiere;
  • la nostalgia critica per una Catania scomparsa, restituita attraverso frammenti, voci e microstorie.

Questa dialettica produce un teatro che non vuole essere documentaristico, né puramente evocativo, ma un ibrido poetico che conduce alla riflessione identitaria e sociologica di un quartiere del centro storico, eradicato di volti e storie, ma che non si dimentica.

Nel racconto, lo sradicamento degli abitanti di San Berillo e il loro trasferimento verso il quartiere di Nesima può essere letto attraverso la lente dell’eterotopia foucaultiana: uno spazio reale che si presenta come soluzione, progresso, “luogo migliore”, ma che in realtà produce una frattura profonda nei modi di vivere, muoversi e riconoscersi.

L’Oro di San Berillo tra compensazione ed emarginazione

Nesima diventa così un’eterotopia di compensazione: un quartiere progettato per apparire più ordinato, più moderno, più funzionale, ma che finisce per costruire un ordine artificiale, separato, distante dalla vita pulsante e spontanea di San Berillo. È un luogo che promette comfort e invece genera isolamento; che dovrebbe integrare e invece ricolloca ai margini, trasformandosi in un nuovo ghetto.

Allo stesso tempo, è un’eterotopia di deviazione: uno spazio in cui vengono confinati corpi e comunità considerate “fuori posto” nel centro cittadino. Qui le abitudini quotidiane – le strade percorse, le relazioni di vicinato, i ritmi del lavoro e della socialità – vengono sospese, spezzate, riorganizzate secondo logiche esterne alla comunità stessa.

In questo senso, nell’opera Nesima non è solo un nuovo quartiere: è un luogo altro, che riflette la città ma la distorce, che accoglie gli abitanti di San Berillo ma li separa dal loro mondo, trasformando la promessa di un futuro migliore in un territorio di alienazione.

La regia di Calì: un’operazione di archeologia emotiva

Gisella Calì individua due vettori principali per orientare la messa in scena:

  • Don Saro, figura-testimone che funge da “Virgilio” nel percorso attraverso il quartiere e che di fatto coincide con la figura paterna dell’autore Domenico Trischitta;
  • la Canzone Italiana, intesa non come semplice colonna sonora, ma come tessuto sonoro identitario, capace di trasformare la memoria in rito collettivo.

La regia lavora per sottrazione, evitando estetizzazioni superflue e privilegiando un impianto che richiama il Carosello televisivo: sequenze brevi, quasi cartoline animate, che scorrono come materiali d’archivio emotivo. L’effetto è quello di un teatro che mette in scena un archivio vivente, il palco e l’essenziale scenografia divengono luogo di stratificazione, più che di rappresentazione lineare.

Il lavoro attorale: coralità e funzione testimoniale

Il cast – Cosimo Coltraro, Carmela Buffa Calleo, Axel Torrisi, Giorgia Morana, Alessandro Chiaramonte, Daniele Caruso – opera come un ensemble coeso, in cui la dimensione individuale è costantemente subordinata alla funzione corale.

Notevole il modo in cui l’energia si muove tra gli attori, non si percepisce la maschera, ma ciò che la anima. Gli interpreti non incarnano personaggi psicologicamente definiti, ma figure, che attraversano la scena come tracce di un’umanità spaesata.

Lo spettatore ride per le scene e al contempo ride di sé stesso e delle proprie contraddizioni. Il teatro dell’Io si assottiglia, per respirare senza paura l’umanità necessaria alla vita. Dalla fenditura del reale l’orizzonte è malinconico: nasce la voglia di lottare per la libertà di osservare con spirito critico ciò che abbiamo intorno.

Musica, coreografie e scenografie: un sistema semiotico integrato

La direzione musicale di Elisa Giunta costruisce un paesaggio sonoro che funge da controcanto drammaturgico, mentre le coreografie di Erika Spagnolo introducono un dinamismo che accende la miccia al racconto. I costumi di Rosy Bellomia e le scenografie di Rosario Di Paola operano per evocazione, le cabine del lido balneare della stazione, si trasformano in trincea, in attività commerciali come: officina, cinema, bar, case d’appuntamenti per poi riprendere la loro iniziale funzione scenica e chiudere il cerchio dei ricordi “Finenu tutti i cosi, abbianu ‘n terra ù quartieri e vurricanu i nostri ricordi”.

L’Oro di San Berillo: un teatro che interroga la città

L’oro di San Berillo si configura come un’operazione teatrale che va oltre la semplice rievocazione storica. È un lavoro che interroga il rapporto tra città e identità, tra memoria e cancellazione, tra narrazione e responsabilità civile. Chi siamo noi fuori dai luoghi che ci identificano? Il progresso può dirsi tale quando genera un’impoverimento culturale?

La scelta di un linguaggio ibrido – tra teatro civile,  musicale e sociale – permette allo spettacolo di restituire la complessità di un quartiere che continua a rappresentare una ferita aperta nel corpo urbano di Catania.

L’oro di San Berillo è un atto d’amore verso un luogo ferito e resistente, una scuola di coraggio verso la denuncia e l’azione. Un lavoro che unisce memoria, denuncia e poesia, restituendo al pubblico un pezzo di storia catanese con rispetto, lucidità e una forte carica emotiva.

Un’operazione necessaria, che invita a ripensare non solo a ciò che è stato, ma ciò che continua a risuonare nel presente.

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Anna Mazzeo

Giornalista pubblicista. Scrivo di libri che pochi leggono, spettacoli a cui pochi partecipano e problemi che troppi ignorano. Sono consapevole che, dove finisce la cultura, inizia il disagio. Più che dare risposte, preferisco fare domande.

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