UE-Turchia, storia di un dialogo contraddittorio


In passato, ho impiegato un po’ del mio tempo nel cercare di capire i motivi che hanno spinto la Comunità europea ad affidare alla Turchia la gestione del flusso migratorio.

Una decisione contraddittoria con radici profonde ma che si intrecciano con la firma del EU-Turkey Joint Action Plan.

Esso è stato definito come una sorta di Manifesto politico dagli attori istituzionali coinvolti, ma che inevitabilmente presenta una serie di aspetti difficili da decifrare.

Spesso è stato messo in dubbio il carattere e la sua struttura, inducendo alcuni analisti ad affermare che non si tratti di una mera dichiarazione di intenti, bensì di un vero e proprio accordo tra questi due attori internazionali.

Il placet europeo

L’aspetto interessante è che sul Piano d’azione comune per intensificare la cooperazione nella gestione della migrazione del 29 novembre 2015 e il successivo accordo del marzo 2016, la Commissione decise di avanzare una proposta per l’apertura del capitolo 33 sulle “Disposizioni finanziarie e di bilancio”.

In quella occasione, vennero gettate le basi per la riapertura di nuovi capitoli negoziali per l’ingresso della Turchia in Europa ad un ritmo accelerato, senza pregiudizio per gli Stati membri. Messaggio chiaro quello dell’Europa: la Turchia deve entrare a far parte del club esclusivo della democrazia.

Piccola premessa. Quando parliamo di aspetti così delicati – che riguardano la politica estera dell’UE – è necessario essere selettivi nella scelta dei dati da consultare.

Di conseguenza, è necessario affidarsi alle relazioni annuali della Commissione per gli affari esteri e le risoluzioni del Parlamento europeo sui progressi compiuti dalla Turchia, i quali forniscono un quadro generale sullo stato di salute del paese candidato all’ingresso nella nobile famiglia europea.

Da qui, bisogna mettere in chiaro che già prima della firma del Trattato, le relazioni annuali della Commissione e le risoluzioni del Parlamento europeo, avevano evidenziato le difficoltà presenti all’interno del sistema politico, sociale e giudiziario turco.

Difficoltà a cui si è aggiunge la necessità di avviare un programma di riforme, che potesse trainare il paese verso quel processo di democratizzazione a cui ambiva dai tempi della Repubblica fondata da Mustafa Kemal Atatürk.

Una scelta maldestra

Io l’ho battezzata una scelta “maldestra” dell’Ue di affidare la gestione di un fenomeno così importante, visti gli scarsi progressi ottenuti dalla Turchia negli ultimi anni.

Alla Turchia non era pronta. Occorrevano ulteriori sforzi decisi in materia di libertà fondamentali e diritti umani, segnatamente per quanto attiene alla libertà di espressione, i diritti delle donne, la libertà di culto, i diritti sindacali, le libertà politiche, i diritti delle minoranze e i diritti culturali e linguistici

Soprattutto sulla tutela delle minoranze, come i curdi per esempio che continuano ad essere i grandi esclusi nella società turca. La scelta di Trump di ritirare l’appoggio ai curdi in Siria, è un’occasione d’oro per il Reis, che adesso sfrutta al massimo l’accordo sui migranti firmato qualche anno fa con i paesi europei.

È chiaro che Erdoğan si è accorto delle difficoltà dell’Ue nell’affrontare alcuni temi chiave e abbia deciso di trarre vantaggio da esse.

Nelle dichiarazioni di Erdoğan di qualche giorno, si legge l’arroganza e la superiorità di un leader in grado di leggere alla perfezione le dinamiche internazionali e di sfruttare al massimo le situazioni create in passato. Ecco che il Trattato sui migranti diventa l’arma micidiale per tenere sotto scacco l’Europa e una buona fetta di paesi membri: Italia in primis.

Il dramma è che si tratta di una partita giocata sulla pelle dei curdi.

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