Trump è in un vicolo cieco


Negli ultimi due anni, i segnali di politica estera mostrati dal Presidente Trump durante la lunga campagna presidenziale verso lo White House sembravano relativamente chiari negli obiettivi da perseguire, ma scarsi nella sua modalità operativa. Oltre alle critiche molto aspre nei confronti dell’ex amministrazione a guida Barack Obama, i temi proposti riguardavano una rivisitazione della politica estera americana che si sarebbe concentrata sulla lotta al terrorismo islamico, rinvigorire l’alleanza con Israele e rafforzare la partnership con l’Arabia Saudita, e la denuclearizzazione della Corea del Nord. Su quest’ultimo punto, il Presidente degli Stati Uniti ha impiegato tutti gli sforzi della foreign policy Usa definendo con convinzione un ruolo attivo come peace maker e partner affidabile sia per Kim Jong-un ma anche per gli altri leader internazionali nelle regioni circostanti che seguono con molta attenzione lo svolgimento dei lavori.

Nei giorni scorsi, abbiamo visto come il tanto atteso vertice di Hanoi tra Stati Uniti e Corea del Nord sia naufragato in anticipo e senza nessun accordo tra Kim Jong-un e Trump. Ancora prima che si svolgesse l’incontro, era chiaro che le posizioni fossero distanti. Qualche ora prima del vertice vietnamita, lo stesso Trump aveva detto di non avere fretta di concludere l’accordo, anche se era necessario aggiungere un ulteriore tassello alle relazioni tra questi due paesi. Di certo, non è sfuggito lo strano e a tratti inquietante atteggiamento di apertura che il leader nordcoreano ha assunto nel corso dei negoziati intrapresi qualche mese fa con Trump, forse dettato dai dati del Pil del regime che ha riportato una contrazione del 3,5% su base annua, il calo più netto dopo il crollo del 6,5% registrato nel 1996, anno della grave carestia costata la vita a circa 1 milione di persone. Del resto, anche la produzione industriale, che rappresenta un terzo del prodotto interno lordo, è diminuita dell’8,5% (Dati: National Accounts Coordination Team presso la Bank of Korea.

L’impegno di Kim Jong-un sulla denuclearizzazione è rimasto finora del tutto vago, facendo saltare di fatto tutto. Il primo ministro nordcoreano avrebbe proposto di smantellare il suo reattore nucleare di Yongbyon, sede principale del materiale atomico, chiedendo in cambio il completo stop delle sanzioni nei confronti di Pyongyang, anche se questa precisa richiesta è stata smentita dal ministro degli Esteri nordcoreano Ri Yong Ho, precisando che la richiesta nordcoreana riguardava solo una parte delle sanzioni imposte alla Nord Corea. Ci sono dei siti che noi conosciamo e che il mondo non conosce”, ha dichiarato Trump nel corso della conferenza stampa post-vertice, lasciando intendere che per arrivare a qualsiasi intesa Kim dovrà rinunciare anche ad altre strutture nucleari. «Dovranno fare molto di più».

Sicuramente, ci si aspetta qualcosa in più anche dalla politica estera americana nei prossimi mesi. La volontà del Presidente Trump di concentrare l’intera diplomazia americana sul voler ottenere un accordo totale con Kim Jong-un è stata discussa in diverse sedi, per via della sua notevole importanza dal punto di vista geopolitico e sopratutto energetico. È importante sottolineare come gli Usa abbiano compiuto delle scelte molto criticate dai paesi europei su cui saranno necessari ulteriori incontri: quella di non adempiere agli Accordi di Parigi per contrastare il riscaldamento globale al fine di ridurre sensibilmente le emissioni di anidride carbonica; l’accordo commerciale con la Cina che dovrebbe superare la guerra commerciale tra Washington e Pechino; infine, la questione relativa Nuclear Deal, un accordo che necessita di essere discusso con L’Iran e i gli altri paesi, in un clima diventato rovente dopo le dimissioni del ministro degli Zarif.  

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