Se ne va anche l’ultimo baluardo del Nuclear Deal


Il ministro degli Esteri iraniano Mohammad Javad Zarif, il principale negoziatore per l’Iran per l’accordo sul nucleare del 2015, due giorni fa ha presentato le dimissioni. Come sappiamo, Zarif ha svolto un ruolo di primo piano nel negoziare l’accordo nucleare 2015 tra l’Iran e le principali potenze internazionali. Il presidente Rouhani ha fatto sapere di non accettare la sua partenza in un momento in cui l’Iran sta affrontando sfide importanti su tutti i fronti, spiegando che “la decisione di Zarif sarà discussa in una sessione convocata d’urgenza”, mentre la maggior parte dei parlamentari iraniani ha firmato una lettera per chiedere a Rohani che Zarif continui il suo lavoro. L’ex ministro degli esteri è stato uno dei principali architetti del famoso accordo sul nucleare iraniano e ha guidato gli sforzi diplomatici per salvarlo dal momento che nuove sanzioni causano crescenti difficoltà economiche. Per molti analisti, il Joint Comprehensive Plan of Action (JCPOA), completato a luglio 2015, è stato uno degli esempi più riusciti di cooperazione transatlantica negli ultimi anni. La ratifica del ministro degli Esteri iraniano, Mohammad Javad Zarif, dell’accordo nucleare è stato un accordo “win-win” con entrambi i vincitori, che ha definito l’accordo nucleare raggiunto tra Teheran e la delegazione del P5 + 1.


Zarif se ne è andato. Che liberazione.




E’ importante sottolineare che prima dell’arrivo di The Donald nella West Wing della Casa Bianca, gli Usa e le principali potenze della scena geopolitica internazionale erano riusciti a sfatare “un tabù strategico” che per trent’anni aveva messo a dura prova le diplomazie di un grande gruppo di stati, cioè di trovare un accordo con l’Iran e la sua leadership. L’obiettivo comune era la piena reintegrazione dell’Iran nel “bene vivente” della politica internazionale. Tra le tante promesse del suo “Make America Great Again”, vi era quello di modificare gli accordi legati al JCPOA, ovvero l’accordo sul nucleare che Trump aveva definito “lo stupido affare di tutti i tempi”. L’agenda estera dell’amministrazione Trump si è spostata verso un nuovo piano per il Medio Oriente, che vede il coinvolgimento del Principe ereditario saudita, Mohammad bin Salman e Mohammed Bin Zayed, il Principe ereditario di Abu Dhabi, ricostruendo legami migliori con il primo ministro israeliano Benjamin Netanyhau, che ha festeggiato le dimissioni di Zarif con un tweet:”Zarif se ne è andato. Che liberazione”.

Comincia a diventare parecchio complicato decifrare le intenzioni del presidente Usa su diversi dossier di politica estera. La scelta di preferire l’asse con Riyad, coinvolto in una guerra sanguinosa nello Yemen da circa tre anni, al Nuclear Deal, su cui non ci sono prove dell’utilizzo da parte dell’Iran dell’energia nucleare per scopi militari, appare bizzarra e premia le mira espansionistiche di alcuni degli alleati che vedono nell’Iran “il Nemico Comune”.

Tuttavia, l’affermazione secondo cui il JCPOA non funzionava non ha trovato sostenitori tra gli altri P5 + 1. L’Agenzia internazionale per l’energia atomica (AIEA), l’agenzia delle Nazioni Unite incaricata di verificare che il programma nucleare iraniano non sia destinato a scopi militari, non ha rilevato violazioni diverse dalle infrazioni minori che sono state prontamente corrette. Né l’AIEA ha sostenuto la dichiarazione di Trump che l’Iran stava minacciando i suoi funzionari di non ispezionare i siti militari. Invece, il direttore generale della IAEA Yukiya Amano ha sottolineato più volte che il sistema di verifica del JCPOA è “il più forte del mondo” e che l’agenzia ha accesso a tutti i siti di cui ha bisogno.

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