L’Europa sotto scacco


Mentre proseguono indisturbati i bombardamenti dell’artiglieria e dell’aviazione turca contro obiettivi curdi nel nord-est della Siria, Erdoğan trova il tempo per inviare un messaggio chiaro alla Comunità Europea.

Se l’Ue accuserà la Turchia di “occupazione” della Siria e ostacolerà la l’operazione militare in corso, il Reis aprirà le porte ai 3,6 milioni di rifugiati accolti negli ultimi anni.

Lo ha detto il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan , parlando ai leader provinciali del suo partito, l’Akp, a meno di 24 ore dall’inizio dell’operazione militare ‘Fonte di pace’.

Di certo se ne parlerà al consiglio europeo dei ministri degli Esteri lunedì prossimo a Lussemburgo, che discuterà della richiesta di Erdoğan della terza tranche di finanziamenti europei, oltre ai 6 miliardi di euro ricevuti in passato legati ai progetti per i profughi.

L’ammontare del Fondo per i rifugiati in Turchia è pari a 3 miliardi, di cui 1 miliardo proveniente dal bilancio dell’UE e 2 miliardi in finanziamenti aggiuntivi degli Stati membri.

L’accordo del 18 marzo del 2016 ha permesso alla Turchia e all’Unione europea di riconfermare l’impegno ad attuare il piano d’azione comune attivato il 29 novembre 2015.

Nei primi mesi dalla firma dell’accordo, la Turchia aveva dimostrato la sua volontà nel mettere in atto i termini negoziati con l’UE tra cui l’apertura del mercato del lavoro ai siriani oggetto di protezione temporanea. Ecco pertanto l’introduzione di un nuovo obbligo in materia di visti per i siriani e i cittadini di altri paesi. Ma anche l’intensificazione degli sforzi in materia di sicurezza da parte della polizia e della guardia costiera turche.

Una scelta rischiosa

La Turchia dei giorni nostri è un paese che non ha mutato la sua politica interna e tanto meno quella internazionale, spostandosi nell’asse Usa – Ue-Russia con molta leggiadria e con la consapevolezza di essere una pedina indispensabile nello scacchiere internazionale.

Da qui la frase coniata dal Reis “È l’Europa che ha bisogno di noi. Non noi”.  

Negli anni, l’UE ha affrontato il tema dell’immigrazione dimostrando delle difficoltà nella gestione dei flussi provenienti dal Nord Africa e da alcuni stati chiave del Medioriente, che hanno portato all’applicazione di misure straordinarie per permettere ai paesi membri di gestire al meglio gli sbarchi nel continente europeo.

A rendere tutto così difficile, era il protrarsi di un conflitto che vedeva nell’instabilità della Siria la giusta chiave di lettura per giustificare il massiccio aumento dei flussi migratori. A tutto ciò si aggiunge la scarsa propensione dell’Ue nell’attuare il processo di equa distribuzione dei migranti previsto dal Trattato di Dublino.

È qui che la Turchia si ritrova ad essere chiamata in causa come uno dei tanti snodi che permettono ai rifugiati di arrivare in Europa attraverso la rotta balcanica.

Dalla firma dello EU-Turkey Joint Action Plan, la Turchia risultava l’unico interlocutore su cui l’UE aveva riposto la propria fiducia sia in ottica acquis che sull’accordo per regolare una materia così importante come quella dei migranti.

Il fatto che il ruolo di primo ministro turco fosse ricoperto da una figura come quella di Davutoğlu era un grosso segnale per l’UE anche in sede di negoziato dell’accordo.

L’ex ministro degli Esteri turco, si era esposto parecchio nei confronti della comunità europea, pretendendo che oltre alla questione migranti, durante il meeting si parlasse anche dell’adesione della Turchia all’UE.

La libertà di stampa

Ma sulla Turchia pesava il nodo sulle pratiche democratiche, inclusa la libertà di stampa.

Sostanzialmente, l’UE ha scelto di negoziare con la Turchia anche per via del suo interlocutore, ovvero lo stesso Davutoğlu che credeva nel progetto europeo della Turchia più di ogni altro politico turco.

Erdoğan, al contrario, era molto più concentrato sulla sua sopravvivenza politica, messa in discussione negli ultimi anni da diversi scandali che hanno coinvolto persone a lui molto vicine.

Il pensiero di Erdoğan è sempre rivolto alla possibilità di essere l’anello della bilancio in tutto ciò che riguardo il Medi-oriente.

Difficile stabilire che cosa accadrà nel vertice europeo in Lussemburgo. Una delle poche certezze è che l’accordo sui migranti e la scelta degli Usa di rinunciare al loro appoggio ai curdi, somigliano ad un piano ben studiato dal Reis che tiene in ansia e sotto scacco l’intera comunità europea.

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