La sinistra riparte da Zingaretti


Sapete, è bello come la politica spesso regali storie di incroci, vittorie, sconfitte e anche della fine di un qualcosa che in qualche modo ha caratterizzato la linea di un partito. È la storia del renzismo, che il 4 Marzo 2018 realizza il peggior risultato della sua storia nel corso delle scorse politiche attestandosi su un consenso inferiore al 20% sia per la Camera sia per il Senato ed esattamente un anno dopo, il 4 Marzo 2019, le primarie segnano la fine di una corrente e di un leader voluto da molti elettori del Pd, convinti di aver trovato un leader capace di poter ottenere un risultato positivo in ogni occasione.

Da oggi, non sentiremo più parlare della maggioranza renziana all’interno del Pd, ma di come nel giro di qualche anno, quella classe dirigente sia diventata minoranza, accumulando una serie indescrivibile di sconfitte elettorali che hanno fatto la fortuna di altri partiti, Movimento 5 stelle in testa. La vittoria di Zingaretti, il super favorito, che già dai primi conteggi si attestava intorno al 70%, scongiurando sul nascere ogni riferimento al ricorso al ballottaggio, segna la sconfitta definitiva del renzismo che aveva in Martina e Giachetti due pesi massimi della sua corrente. Il risultato ottenuto dal nuovo segretario rappresenta la sua volontà di tenere unito il partito e di porre fine ad una serie di divisioni interne tra le personalità vicine all’ex sindaco di Firenze e le minoranze presenti all’interno, iniziate già durante la campagna referendaria che ha segnato la fine della segreteria targata Matteo Renzi.


Renzi controlla gruppi? Conosco solo quelli dem”

Queste primarie consegnano due elementi fondamentali per la sinistra. Il primo è sicuramente la partecipazione massiccia e inattesa per la scelta del nuovo segretario. Un milione e 700mila votanti è una cifra che nessuno aveva preventivato alla vigilia di questo appuntamento e descrive la volontà degli elettori di tracciare una linea di demarcazione con il passato. Il secondo è che il Partito Democratico è ancora in vita anche senza Renzi o comunque anche con l’ex leader defilato. Il Governatore della Regione Lazio dovrà resistere alla tentazione di sentirsi capo di un partito in cui il leader non può essere criticato o indicato come causa delle sconfitte, ma deve essere il portavoce di una comunità in grado di identificarsi in una visione della politica vicina alle loro esigenze, aspetto che il Pd ha trascurato. Sarà importante verificare la linea che Zingaretti darà alla sua segreteria, ripartendo dagli errori commessi dal suo predecessore che era riuscito nell’impresa di trasformare il partito in una sorta di club esclusivo per renziani in cui tutto era perfetto, relegando la minoranza e il dialogo in un ruolo chiassoso e marginale.

Se il neo segretario vorrà offrire alla sinistra l’opportunità di tornare competitivo e credibile agli occhi degli elettori, dovrà riportare la sinistra in mezzo alla gente, riflettere sulle esigenze delle periferie e ascoltare le istanze che vengono dal basso. A Zingaretti l’arduo compito di ricostruire una classe dirigente di sinistra che ritorni nelle piazze senza paura delle contestazioni, cercando di uscire dall’imbarazzo nel denunciare le politiche del governo giallo-verde costruite sui fallimenti della sinistra, come quel Decreto Sicurezza che sta spingendo alla clandestinità migliaia di persone, fornendo delle ricette sul tema dell’immigrazione, della disoccupazione giovanile e sulle questioni economiche. Le prossime europee saranno un primo test importante per la nuova sinistra targata Nicola Zingaretti.

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