La locomotiva cinese


A pochi giorni dal vertice con Xi Jinping, in Italia si è aperto un lungo dibattito sulla possibilità che il governo metta nero su bianco un Memorandum diplomatico-commerciale con la Cina. Da diverse settimane non si parla altro che di infrastrutture, Tav in primis, ma anche di nuove possibilità commerciali che potrebbero proiettare l’Italia in un contesto più ampio di quello europeo.

La stampa italiana e internazionale ha ribattezzato questa bozza di accordo come “la Nuova via della seta”, che richiama l’epoca d’oro degli scambi nei grandi spazi euroasiatici: l’era delle carovane che attraversando Siria, Iran e Asia Centrale consentivano il commercio tra i paesi che si affacciavano sul Mediterraneo e la Cina.

Da un punto di vista giuridico, è importante sottolineare che si tratta di un Memorandum, quindi non di un Trattato o di un accordo commerciale, ma di un tentativo della Cina di coinvolgere l’Italia in un progetto tanto ambizioso quanto dispendioso in termini economici.

E’ chiara la volontà espressa dal governo Lega-M5s di sottoscrivere un’intesa con la Cina. E per l’adesione alla proposta del primo ministro Xi, che arriverebbe in Italia a Roma il 21 marzo per stilare un “Memorandum d’intesa con 70 Capi d’industria, la diplomazia italiana si è mossa con molta cautela: bisogna evitare di mettere a repentaglio un accordo molto importante per il paese dal punto di vista economico e commerciale.

Anche se i cinesi nel nostro paese hanno già messo soldi su molte aziende private e su parte del nostro debito pubblico, gli occhi ora sono sui porti di Trieste e Genova: punti di approdo ideale per i container che salpano dalla Cina via mare.

Di cosa si tratta?

Il progetto cinese, avviato già nel 2014 con un investimento di oltre 40 miliardi di dollari, prevede infatti la costruzione di un sistema di collegamenti e una rete infrastrutturale nei Paesi di Asia, Europa, Medio Oriente e Africa.

Il braccio finanziario della nuova via della seta è la banca asiatica per investimento e le infrastrutture (AIIB), fondata da Pechino e alla quale hanno aderito complessivamente 57 paesi. La nuova via della seta, conosciuta con l’acronimo Bri ovvero “Belt and Road Iniziative”, di cui si parla da anni nel mondo, è il più colossale piano economico-diplomatico di sempre.

Il nuovo progetto voluto da Xi costerà più di mille miliardi di dollari e coinvolgerà circa 65 paesi, che custodiscono i tre quarti delle risorse energetiche del pianeta e rappresentano quasi un terzo del prodotto interno lordo globale.

La Bri

La Bri consiste nell’apertura di sei rotte, di cui quattro terrestri, che si snodano lungo infrastrutture: porti, ferrovie, reti stradali e basi logistiche) da cui far passare i prodotti fabbricati in Cina. Queste rotte hanno come terminali la Germania, la Russia, il Medioriente, il Corno d’Africa e l’Italia.

Naturalmente, lo sbocco principale è il Sud Est asiatico, in cui il governo cinese ha realizzato e sta realizzando numerosi progetti infrastrutturali in Cambogia, Myanmar, Malesia, Indonesia e Singapore. In più, questo progetto potrebbe eliminare il problema cinese sullo stretto di Malacca, passaggio obbligato della rotta marittima verso Africa ed Europa.

E’ un’opportunità per il Paese e per la Ue, l’occasione per introdurre i nostri criteri e standard di sostenibilità finanziaria, economica, ambientale”

Da quando il governo gialloverde si è insediato a Palazzo Chigi, abbiamo imparato a ragionare in base a delle analisi costi-benefici. Secondo il primo ministro italiano, Giuseppe Conte, intervenuto a Genova al festival di Limes, l’accordo sarebbe “un’opportunità per il Paese e per la Ue, l’occasione per introdurre i nostri criteri e standard di sostenibilità finanziaria, economica, ambientale”.

Insomma, l’Italia potrebbe svolgere il ruolo di partner strategico per la Cina e ritagliarsi un ruolo dirigenziale nel contesto europeo nell’ambito della Bri. A ciò potrebbe essere aggiunto una serie di investimenti per potenziare i porti di Genova e Trieste, al fine di ottimizzare l’approdo delle navi cinesi in queste due città.

Da qui, è necessario sottolineare come gli Usa e l’Ue siano contrari alla firma del Memorandum. Il Presidente Trump, impantanato in una guerra commerciale con la Cina, non vede di buon occhio il ruolo della Cina, che a suo avviso, mira a sovvertire l’ordine egemonico stabilito dall’America in passato.

Dal canto suo, l’Unione Europea, che deve ancora creare delle politiche indirizzate alla crescita degli stati membri, si è schierata apertamente per il “no” all’accordo, definendo la Cina un partner economico strategico ma concorrente.

La crescita dell’Italia passa anche da questi accordi commerciali. La Cina sa di poter instaurare degli accordi commerciali solo con i singoli paesi piuttosto che con l’Ue, che si conferma un gigante coi piedi d’argilla quando si tratta di creare partnership.

L’accordo con il primo ministro cinese potrebbe essere un ottimo sbocco per uscire dall’isolamento internazionale in cui l’Italia si è cacciata, in virtù della scelta di essere dannatamente filoamericani, che ci colloca ai margini del mondo occidentale con tassi crescita inferiori a tutti gli altri stati europei.

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