Israele alle urne:schieramenti, scenari e implicazioni geopolitiche


Di Marco Limburgo.

Il 17 settembre Israele andrà alle elezioni. Per la seconda volta in un anno (terza se si considera le amministrative di gennaio) gli elettori israeliani saranno chiamati alle urne per decidere a chi affidare il prossimo governo in un contesto politico piuttosto movimentato. Seguire la politica israeliana, come ho tentato di spiegare in passato, è un impresa piuttosto complicata tra frammentazione delle diverse anime dell’ampio spettro politico che dalla destra nazional religiosa fino ai partiti arabofoni, ricomposizioni, ritorni in auge di leader del passato e le continue e i colpi di scena a cui l’attuale primo ministro ci ha abituato. Queste elezioni, infatti, saranno un test fondamentale per all’apparenza eterno Benjamin Netanyahu, il vulcanico leader del Likud nonché il più longevo primo ministro dello stato ebraico, sorpassando persino il padre della patria David Ben Gurion. Tra retroscena, colpi bassi, speculazioni, proiezioni e fatalismi proviamo a mettere un po’ di ordine e comprendere chi si sfiderà e quale governo potrebbe formarsi dopo questa tornata elettorale.

Le forze in campo

Prima di dare un occhiata ai sondaggi il dato che dovrebbe far riflettere è l’affluenza prevista: 65%, più bassa di dieci punti rispetto alle consultazioni di aprile e sintomo di una costante disaffezione dei cittadini verso una politica percepita cinica e eccessivamente settaria. Chi deciderà di recarsi alle urne si troverà di fronte diverse compagini frutto delle ricomposizioni, alleanze o divisioni. A fare la parte del leone, a scapito di sorprese, dovrebbero essere gli stessi partiti arrivati ai primi due posti ad aprile: il già menzionato Likud (הַלִּיכּוּד), partito liberal nazionalista e conservatore capitanato da Netanyahu e l’eterogena compagine centrista “Kahol Lavan” (Blu e Bianco –  כַּחוֹל לָבָן) messa in piedi dall’ex capo di stato maggiore Benjamin “Benny” Gantz in collaborazione con l’ex giornalista Yair Lapid, l’ex ministro della difesa Moshe Ya’alon e il coriaceo Gabi Ashkenazi, candidato indipendente. I diversi sondaggi danno questi due partiti appaiati al vertice costringendoli ad impegnarsi in un affannosa ricerca di partner per formare una coalizione che gli permetta di raggiungere una maggioranza di almeno 61 seggi su 120 nella Knesset, il parlamento di Gerusalemme. La politica israeliana prevede, infatti, la formazione di ampli governi di coalizione stante la quasi impossibilità che un singolo partito raggiunga la maggioranza data l’enorme varietà dello spettro politico israeliano. A urne chiuse questi due partiti dovranno impegnarsi in una battaglia serratissima dovendo, in breve tempo, presentare al presidente israeliano Reuven Rivlin una bozza di governo attuabile.

Paradossalmente, di conseguenza, a decidere il futuro governo sarà il risultato elettorale degli altri partecipanti alle spalle dei due Benjamin. La “Lista Comune” (القائمة المشتركة), alleanza politica che contiene al suo interno i principali partiti politici che rappresentano la minoranza araba (20%) in Israele: Balad , Hadash , Ta’al e la Lista Araba Unita, dovrebbe arrivare al terzo posto grazie agli sforzi compiuti dagli esponenti politici arabi al fine di massimizzare il loro potere. A pesare sullo scarso risultato rispetto all’ampiezza della percentuale demografica è il consueto basso livello di affluenza che contraddistingue l’elettorato arabo tra disillusione, indifferenza e poca partecipazione (quando non aperto boicottaggio) alle iniziative dello stato. Con un bacino potenziale di 12 seggi gli arabi potrebbero essere un partner appetibile per la coalizione Blu e Bianca ma non è chiaro quanto lo stesso Gantz sia disposto a includere gli esponenti della minoranza in un suo futuro governo viste le onerose richieste (riapertura del processo di pace con i palestinesi, cancellazione della controversa legge sull’identità ebraica dello stato, allocazione di fondi maggiori verso la Galilea a maggioranza araba…) poste dalla Lista Comune. Avendo già escluso una coalizione con il sempre più odiato Netanyahu, la Lista Araba rischierà nuovamente di restare fuori dai giochi a meno di una maggiore (e poco attesa) affluenza o un cambio di rotta della leadership.

Sempre restando in ambito di minoranza, interessante sarà comprendere la vera entità dei risultati dei due partiti religiosi in campo: Shas ( ש״ס ) e Giudaismo Unito per la Torah (יהדות התורה). Entrambi espressione della compagine demografica haredim (gli ultraortodossi ancora minoritari ma in tumultuosa crescita) sefardita e ashkenazita, non esistono dati certi sull’effettiva risultato possibile di questi due partiti visto l’errore in negativo compiuto dai sondaggisti alle precedenti elezioni, l’altissimo livello di affluenza di questa comunità e  la tendenza a non esporsi prima delle elezioni su esplicito comandamento del rabbino di turno. I due partiti ultraortodossi possono tranquillamente raggiungere i dieci seggi regalando a Netanyahu un tesoretto molto utile per un futuro governo a trazione conservatrice. Al contrario della compagine araba, questi due partiti non rappresentano un opzione possibile per Blu e Bianco dati i recenti contrasti al vetriolo tra ambo le leadership tra accuse di parassitismo o antisemitismo. I religiosi temono soprattutto la formazione di un governo centrista che accolga al suo interno la loro nemesi principale nonché l’artefice della ripetizione della elezioni ed ex alleato del primo ministro al potere, l’ex ministro della difesa Avigdor Lieberman. Con il suo partito secolare e nazionalista Yisrael Beiteinu (Israele Casa Nostra ישראל ביתנו), Lieberman ha il suo feudo tra gli oltre 800.000 ebrei di origine russa ma sta facendo breccia tra quegli israeliani secolari o non religiosi che non vedono di buon occhio la collaborazione tra Netanyahu e gli ultraortodossi, la deriva sempre più religiosa dello stato e i privilegi e le esenzioni su cui gli haredim possono contare per via di un precario contratto sociale ormai vetusto. Lieberman artefice della controversa proposta di arruolamento delle reclute ultra ortodosse all’interno delle forze armate, si è fatto portavoce del malcontento intraebraico diffuso ritornando in auge dopo diversi anni di progressivo calo. Se da parte sua non ha escluso di partecipare a un governo Netanyahu o Gantz, ha posto l’importante veto della non presenza in un governo di coalizione degli ultraortodossi se prima questi non si fossero dichiarati favorevoli alla coscrizione. Una partita delicata e ambiziosa che ha riportato in auge l’ex ministro della difesa da molti autorevoli analisti dato già per superato.

Sempre rimanendo nell’alveo della destra la vera novità di questa elezione è rappresentata dall’alleanza politica Yamina ( ימינה) contenente la Nuova Destra di Ayelet Shaked e l’ Unione dei partiti di destra (a sua volta unione tra La Casa Ebraica di Rafi Peretz e l’ultranazionalista Tkuma di Bezalel Smootrich). Ayelet Shaked, ministro della giustizia nel precedente governo Netanyahu, guida questo contenitore elettorale di destra ed estrema destra sionista nazional religioso molto forte tra i coloni della Cisgiordania (Giudea e Samaria) e tra l’elettorato schierato contro ogni cessione di territorio e processo di pace con i palestinesi. Dopo il fallimento di aprile, Shaked conduce una difficile partita con il Likud e lo stesso Netanyahu che non ha nascosto di nutrire per la 40enne laica e nazionalista un aperto disprezzo. Un odio frutto di precedenti incomprensioni tra il clan Netanyahu (leggasi la moglie Sarah) e l’ambiziosa politica che ha offuscato la volontà di Shaked di appoggiare Netanyahu nel formare un governo di destra che porti avanti la promozione degli insediamenti, riforme della giustizia e maggiore assertività contro il terrorismo e le sfide in politica estera. Se Yamina riuscirà a raggiungere gli agognati 10 seggi Netanyahu sarà quasi costretto a rivolgersi a quella che già i media hanno incoronato come la “stella nascente” della politica israeliana nonché futura prima ministra. Preoccupante la prospettiva del possibile ingresso della Knesset di Otzma Yehudit (Potere Ebraico – עוֹצְמָה יְהוּדִית), ultranazionalisti, sionisti religiosi ostili ad arabi, minoranze non ebree ed eredi diretti del partito Kahanista fondato dal discusso e violento Meir Kahane. Nel caso riuscissero a sfondare la soglia elettorale del 3.25% entrerà nella Knesset un partito contraddistinto da un passato controverso tra razzismo, omofobia e incitazioni allodio. Con tre dei quattro leader squalificati dalla corte suprema l’ingresso di Potere Ebraico sdoganerebbe le energie della frangia più estrema e populista di destra, una compagine che Netanyahu potrebbe essere costretto a inserire in un governo mai cosi di destra. Appaiati nei sondaggi rispettivamente a 6 e 5 seggi il Campo Democratico e l’alleanza tra i laburisti e Gesher, espressione della gloriosa sinistra sionista, social democratica che ha contribuito a fondare (e poi dominato per diversi decenni) lo stato di Israele tra Ben Gurion, Golda Meir e Shimon Peres. Assolutamente minoritari Nitzan Horowitz e l’ex sindacalista Amir Peretz ma potrebbero offrire una stampella in un governo a trazione di centrosinistra guidato da Gantz; l’incubo di Netanyahu. Analizzate le forze in campo, quali potrebbero essere le coalizioni future?

Urne chiuse: quali alternative?

Tralasciando le rappresentazioni errate e manichee della stampa occidentale che tende a racchiudere le forze politiche di Gerusalemme tra centro destra e centro sinistra, nel caso i due partiti leader ripetano gli stessi risultati della prima tornata elettorale (35 seggi per ambo gli schieramenti) quali scenari si aprirebbero? Come già preannunciato Netanyahu potrebbe, in prima battuta, rivolgersi ai tradizionali partner ultraortodossi, alla lista Yamina e persino agli estremisti di Otzma Yehudit escludendo l’ingrato Lieberman e guidando un governo molto di destra che non solo permetterà a Netanyahu di proseguire la sua attuale politica ma legittimerebbe l’esistenza degli estremisti ebrei e della parte più oltranzista della destra politica israeliana. Seconda alternativa quella di un governo con Lieberman, Yamina e Otzma Yehudit escludendo i partiti religiosi, accontentando gli hiloni (secolari) ma privando di rappresentanza gli ultraortodossi, oltre il 10% della popolazione di Israele con il rischio di interrompere i contatti tra lo stato e una comunità già di per sé isolata e non prettamente sionista. Dall’altra parte della barricata Gantz deve solo sperare in un buon risultato dei partiti di sinistra e degli arabi escludendo le destre e dando vita a un governo in grado di interrompere la deriva di destra della nazione, attuando una vera e propria rivoluzione introducendo gli arabi per la prima volta al governo con la possibilità di rivoluzionare anche la politica estera di Gerusalemme in un frangente temporale caldissimo.

Non impossibile la possibilità di un governo di coalizione tra Gantz e Netanyahu con alternativa dei due premier di guidare il governo a rotazione oppure di un “putsch” interno al Likud che escluda l’attuale primo ministro ad interim per aprire la strada a un nuovo leader più congeniale alla coalizione Blu e Bianca, nata con il preciso intento di scalzare “Bibi” dal trono. In ultimo, nel caso di un ulteriore impasse Israele si troverebbe costretto a indire nuove elezioni ma senza dubbio si eviterà ai cittadini questo strazio. Una situazione intricatissima per una campagna elettorale che non ha risparmiato nulla e si è concentrata sulle iniziative di Netanyahu che recentemente si è esposto annunciando l’annessione della strategica Valle del Giordano al confine tra l’Area C e la Giordania. Una dichiarazione controversa e condannata all’unanimità dalla comunità internazionale, spiegabile con la volontà di Netanyahu di spingere la linea politica del Likud ulteriormente a destra , sottrar utili voti a Yamina e a Lieberman o persino agli estremisti Kahanisti. Sulla scia dell’annessione delle Alture del Golan e dello spostamento dell’ambasciata americana a Gerusalemme, Netanyahu sta spingendo gli elettori di destra a non sprecare voti per altre partiti per garantirsi una solita maggioranza di partenza in vista di trattative sicuramente asprissime. Il premier ad interim non si gioca solo l’ennesima riconferma ma ha di fronte la possibilità che un nuovo governo di destra a trazione Likud possa garantirgli l’immunità per sfuggire a un incriminazione nei processi per corruzione a suo carico e attualmente in incubazione. Non è esagerato dire che le elezioni del 17 settembre determineranno il futuro del paese in un particolare frangente in cui la politica estera presenta non poche criticità.

Appendice: il significato strategico della Valle del Giordano

La dichiarazione di Netanyahu di annettere unilateralmente la Valle del Giordano, una striscia di terra comprendente il lato ovest dell’omonimo fiume per un territorio comprendente oltre un quarto della Cisgiordania, ha sollevato i dubbi securitari degli analisti domestici e internazionali e la condanna quasi unanime della diplomazia mondiale ma a ben vedere l’idea non è affatto una novità ed in parte condivisa sia a destra che a sinistra. Apprendendo la notizia, il principale sfidante di Netanyahu, Gantz ha accusato il primo di aver rubato l’idea alla sua coalizione e di essere sostanzialmente d’accordo con la dichiarazione controversa del primo ministro in quanto” in qualsiasi scenario, la valle del Giordano rimarrà sotto il controllo israeliano”. L’importanza della striscia di terra non risiede solo nel possibile controllo della riva occidentale del fiume biblico ma ha profonde radici nella giovane storia dello stato ebraico. Il significato della Valle del Giordano non sta nel numero di coloni, in quanto ne risiedono relativamente pochi (solo circa 15.000), né lo è per il potere politico di questi coloni.

La Valle del Giordano ha maggiore importanza rispetto agli altri insediamenti perché il suo sviluppo demografico è frutto un progetto dei governi laburisti che hanno visto nella regione un indispensabile barriera di sicurezza in grado di offrire alla piccola e stretta nazione maggiore profondità strategica. Questi insediamenti, infatti, sono stati fondati nell’ambito del Piano Allon, proposto dal generale e ministro Yigal Allon, che dopo la Guerra dei Sei Giorni propose che Israele stabilisse una barriera di insediamenti ebraici per proteggersi da una minaccia militare convenzionale dal suo confine orientale. L’importanza strategica di questo fazzoletto di terra la rende una costante strategica se non un ossessione per i decisori alla Knesset più degli insediamenti all’interno della Cisgiordania, soprattutto i più esposti a Hebron o nel Gush Etzion. Analisti critici possono tranquillamente obiettare che un annessione avvallerebbe solamente una realtà di fatto che vede Israele controllare non solo la Valle del Giordano ma anche l’area C, ma la mossa di Netanyahu ha in sé un doppio significato strategico e politico da sacrificare sull’altare di questa sanguigna campagna elettorale.

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