Ci sono due tipologie di spettatori in Italia. Da un lato, abbiamo coloro che per una volta si sono sentiti in un paese normale, in cui due leader di partito escono dal loro format individualista made in Facebook e decidono di dar vita ad un dibattito televisivo.

Dall’altro, abbiamo coloro che si sbalordiscono di fronte ad un dibattito TV tra due leader che sui social continuano a scambiarsi frasi al vetriolo su qualsiasi tematica: un mix di insulti e frasi ingiuriose da bar dello sport il lunedì mattina.

In questa categoria, rientrano gli spettatori che inquadrano la politica come una sorta di posticipo serale della domenica sera: si fa il tifo per una delle due squadre, per entrambe oppure per lo spettacolo.

Sia chiaro. Non è colpa degli elettori. La perdita di valore della politica ha consentito la costruzione di una società dove destra e sinistra sono profondamente confusi tra loro e dove i cittadini son sempre più impossibilitati a comprenderne le dinamiche.

Vi confido una cosa. L’idea che la politica possa essere trasformata in qualcosa di divertente e che si possa tifare come allo stadio, mi tiene sveglio la notte. Sebbene l’entertainment è ormai associato al divertimento, preferivo di gran lunga il periodo in cui vi era una profonda linea di demarcazione tra la politica e il folklore. Ma non si può tornare indietro.

#RenziSalvini

Lo spettacolo offerto da Renzi e Salvini, va esattamente in questa direzione. Certo, gli spunti sono stati davvero tanti, poiché i due esponenti di partito si sono confrontati su temi davvero notevoli: Immigrazione, Quota100, Turchia/rapporti con l’Europa e manovra di governo.

Cornice della serata, la terza Camera del Parlamento. Niente plastici. Ma i cartelli di Salvini hanno ben sostituito uno dei classici intramontabili del programma.

Ad emergere, sono sicuramente due fattori: la competenza di Renzi rispetto a Salvini, che a tratti è sembrata incolmabile; il secondo, al segretario della Lega spesso basta una frase per mettere in secondo piano ciò che il povero Renzi cercava di mettere in evidenza nel suo intervento e nelle sue critiche alla propaganda in salsa salviniana. Di certo, è un aspetto che ha facile appeal sugli elettori che rientrano nella prima categoria di spettatori, specialmente in un sistema elettorali a forte competizione tra personalità più che tra idee o schieramenti.

Di certo, non sarò sfuggito al telespettatore più attento, le difficoltà di Salvini nell’indicare il numero, il comma e il paragrafo di un solo provvedimento che il governo Contebis starebbe per mettere in manovra. In un paese normale, si tratterebbe di una débâcle di medie proporzioni. Ma siamo in Italia. Non dimenticatelo

L’ex segretario del Partito Democratico era quasi obbligato ad attaccare l’avversario, non solo per la percentuale che i sondaggisti gli attribuiscono, ma soprattutto perché non capita tutti i giorni di avere la possibilità di mettere in evidenza le indiscutibili carenze in campo giuridico e legislativo del leader del carroccio.

E’ chiaro che gli elettori decidono sulla base dell’immagine del leader e sulla sua capacità di veicolare la maggior parte del messaggio politico.

Questo modo di vedere la politica ha permesso la nascita del fenomeno Renzi prima e Salvini dopo, ovvero la personalizzazione della politica, intesa come l’accentramento del potere entro l’esecutivo e il parallelo rafforzamento delle cariche monocratiche.

A livello politico, questo individualismo ha portato ad una sempre maggiore disgregazione delle dimensioni collettive del sistema – ad esempio i partiti – della tanto già analizzata sfiducia nelle istituzioni; alla sfiducia nei mezzi di informazione nonostante il loro quotidiano utilizzo.

Oltre il dibattito

La cosa che mi rattrista più di ogni altra cosa è il fatto di dover attendere ben tredici anni per assistere ad un dibattito tra due leader di partito.

La tv, il web, il cinema, sono “luoghi” in cui gli esponenti di partito degli altri paesi utilizzano quotidianamente per confrontarsi su temi che riguardano la collettività.

Abbiamo assistito al ‘No di Berlusconi nel 2013, quando si rifiutò di confrontarsi con Grillo perchè secondo “il grande statista” non aveva alcuna chance di vittoria, ma sappiamo tutti com’è finita: il M5s al 25% e primo partito in Italia.

Dal governo Letta in poi, abbiamo assistito ad un fenomeno, a mio avviso ridicolo, che vede ha coinvolto tutti i protagonisti della politica italiana degli ultimi anni: il faccia a faccia… ma senza il competitor, in cui i leader dei partiti non possono incrociarsi nemmeno dietro le quinte del programma.

Un via vai di politici che si scambiavano la postazione nei talk show e subito dopo si rifugiavano nelle dirette Facebook per riparare ad una o più uscite fuori luogo nel corso dell’intervista.

Diciamoci la verità: i politici non si confrontano più. Una volta si diceva che la politica si è spostata dal palazzo alla piazza. Ma adesso non si vede più nemmeno li. Più confronti televisivi meno propaganda sui social. Non desideriamo altro.

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