Cosa succede se gli Stati Uniti si ritirano dalla Siria?


La polveriera mediorientale è ormai soggetta al focus internazionale da diversi decenni, nell’ultimo periodo è lo stato siriano ad esserne uno dei protagonisti.

Il 19 dicembre scorso, gli Stati uniti hanno dichiarato il loro ritiro dall’area, una decisione destabilizzante per l’amministrazione Trump, a tal punto da portare alle dimissioni il segretario alla Difesa Mattis e portare in stato confusionale il pentagono.
Nonostante le tumultuose settimane che hanno seguito la decisione, la versione attuale prevede un ritiro completo delle truppe entro la fine di aprile.

Quali sono gli effetti di questa decisione?

Molto probabilmente gli sviluppi dell’area del nord-est siriano saranno più repentini, vista la presenza militare statunitense nell’area a supporto delle operazioni anti-isis delle forze democratiche siriane.
La rimozione del fattore USA dall’equazione siriana è di vitale importanza per gli altri attori coinvolti: La Turchia vede finalmente più prossima la possibilità di ricavare una zona cuscinetto di decine di kilometri rimuovendo la zona dal controllo curdo delle Unità di protezione popolare, imponendo la propria egemonia tramite l’utilizzo di proxy locali.

Questo progetto vede però l’opposizione del regime di Damasco, il quale conta di utilizzare il ritiro degli Stati Uniti per riappropriarsi dei territori settentrionali e orientali, precedentemente sottratti all’ISIS dalle Forze democratiche siriane (dove si trovano i principali pozzi petroliferi).

Nel mezzo di questa equazione, troviamo YPG (Unità di protezione popolare) e il suo partito PYD (Partito dell’unione democratica) il quale desidera ardentemente impedire ai Turchi di invadere l’area e di mantenere al contempo l’autonomia da Damasco. Gli Usa costituivano una garanzia più o meno solida per YPG, il quale si trova ora in trattativa coi russi con una posizione negoziale assai più svantaggiosa.

Ad ogni modo, un accordo tra il regime e YPG è visto con inquietudine da Ankara che paventa un ritorno delle basi operative del Pkk come negli anni Ottanta e Novanta, pertanto Erdogan ha intimato in più occorrenze di voler procedere con l’occupazione dei territori una volta che il ritiro USA fosse completo.

La Turchia, farebbe comunque bene a considerare che quest’operazione non è attuabile avallando la neo-regina dei cieli, forte grazie alle sue postazioni contraeree, alla quale gli Usa hanno passato lo scettro del controllo dello spazio aereo con il loro ritiro: la Russia.

La Russia ha sempre palesato una certa percettibilità riguardo gli interessi turchi e di fatti ha suggerito una ripresa delle relazioni turco-siriane alla luce dell’Accordo di Adana, un trattato del 1998 firmato da Siria e Turchia onde evitare la presenza del Pkk lungo i confini.

Sarà possibile una normalizzazione?

Attualmente, la situazione vede Damasco – grazie ai russi che si ritrovano in una posizione di mediazione –   beneficiare delle trattative parallele e in competizione tra loro (probabilmente per togliere la Russia da una posizione non particolarmente comoda, l’Iran si è proposto come intermediario tra Erdogan e Assad da inizio febbraio). È ad ogni modo improbabile che si raggiunga un accordo a interamente a svantaggio di una delle due parti.  Assai più probabile è invece che Russi e Siriani concedano ai turchi una zona cuscinetto ridotta.

La prima mossa che ci fa pensare ad una normalizzazione delle relazioni tra nazioni arabe e paesi occidentali con la Siria è la riapertura dell’ambasciata degli Emirati Arabi Uniti e del Bahrein a Damasco, alla quale è probabile seguire la riapertura dell’ambasciata Saudita.

Il motivo principale è da ricercare nel futuro contrasto all’influenza iraniana sul regime tramite lo stanziamento di fondi per la ricostruzione e la riammissione ad assemble nelle quali partecipano le potenze regionali, in particolar modo la Lega Araba.

Anche il nostro paese ha informato di considerare la riapertura della propria ambasciata a Damasco, gesto che potrebbe essere replicato dalle altre nazioni UE.

Nonostante la normalizzazione delle relazioni con la Siria non sembra lontana, la storia si complica quando si parla di ricostruzione del territorio, i danni ammontano secondo alcune stime addirittura a 400 miliardi di dollari, difficilmente raggiungibili anche con l’aiuto dei paesi dotati delle risorse necessarie.  E’ inoltre improbabile una partecipazione significativa dell’UE alle spese di ricostruzione, più probabile invece che stati come Cina e monarchie del golfo partecipino alle spese (somme che ovviamente non saranno raggiungibili nel breve periodo), in ogni caso, non ci resta che attendere gli sviluppi dei prossimi mesi.

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